Ecco cosa vuol dire assere un Growth Hacker oggi. Intervista a Raffaele Gaito

Ecco cosa vuol dire assere un Growth Hacker oggi. Intervista a Raffaele Gaito

“Cosa vuoi fare da grande? Non sei sicuro di voler fare una sola cosa per il resto della vita, non sei l’unico”.

In questo intervento illuminante, la scrittrice e artista Emilie Wapnick descrive il tipo di persona che lei chiama “multipotenziale“, che ha una serie di interessi e lavoro nell’arco della propria vita. Sei uno di questi? Mentre ci pensi noi ti diciamo che uno così lo abbiamo trovato. Caratteristica distintiva: voglia irrefrenabile di sperimentare, cambiare e curiosare. Parola d’ordine: Annoiarsi mai! Lui è Raffaele Gaito e oltre alla barba c’è di più!

Imprenditore Digitale, Growth Hacker, Startup Mentor, Blogger. A 15 anni ha scritto la sua prima riga di codice, a 17 ha aperto il suo primo blog e a 20 ha lanciato la sua prima azienda. E Ora? Ora ci presenta il suo libro sul Growth Hacking dal titolo “GROWTH HACKER. Mindset e strumenti per far crescere il tuo business“. Noi lo abbiamo intervistato per voi! 

growth hackingCiao Raffaele, grazie per la tua disponibilità. Nel tuo libro hai scritto che il “Growth Hacking” è un approccio, un mindset, quasi una filosofia. In tanti dopo averlo letto  hanno modificato le proprie biografie sui social passando da “Digital Marketer” a “Growth Hacker”. Possiamo definirti come il “pioniere” italiano del Growth Hacking?

Per la questione cambio bio direi che lì c’è poco da fare, ti confesso che all’inizio mi dava fastidio un po’ questa cosa, ma alla fine mi son reso conto che non potevo farci niente. Se ci pensi alla fine è sempre stato così, in ogni periodo di boom si palesavano pseudo esperti che avevano a malapena letto un libro sul tema: per un periodo tutti SEO, poi tutti SMM, poi tutti esperti di Viral Marketing, poi tutti boss di Funnel Marketing, e ora tutti Growth Hacker. Alla fine la selezione la fa il mercato e le persone veramente valide emergeranno in un modo o nell’altro.

Sulla questione pioniere, ci tengo a dire che sono stato uno dei primi a parlarne in Italia, ma sicuramente non il primo. Il merito è del mio amico Luca Barboni perché quando mi guardavo intorno in Italia i primi tempi che mi avvicinavo a questa materia (4-5 anni fa) iniziavo a scovare qualche suo contenuto. Abbiamo iniziato nello stesso periodo sicuramente, ma forse lui è stato il primo a “esporsi” sul tema. Sarebbe poco onesto intellettualmente dire il contrario.

Come si diventa Growth Hacker? Sarà la professione del futuro o è già quella del presente?

Lo si diventa come si diventa qualsiasi altra cosa: tanto studio e tanta pratica. E tanta pazienza!
Non c’è altro modo: da un lato non basta leggere qualche libro per pensare di padroneggiare una materia così complessa e dall’altro lato non basta smanettare con un paio di tool per pensare di governare l’intero processo. C’è bisogno del giusto equilibro tra teoria e pratica ed è proprio per questo motivo che ho dedicato un capitolo intero al mio libro su come studiare questa materia, dove consiglio libri, corsi e tanto materiale di approfondimento.

Se è la professione del futuro o del presente dipende un po’ da come guardiamo la cosa. Negli USA è la professione del presente, tutti cercano growth hacker e li pagano a peso d’oro, chi non riesce a trovarli cerca di mettere in piedi un team di growth, stanno nascendo le prime agenzie di growth hacking e tanto altro.
In Italia forse ci vorrà un po’ di più, ma il cambiamento è in atto. Giusto per farti un esempio: se negli anni passati lavoravo quasi esclusivamente con startup, da metà 2017 si è fatto forte l’interesse delle grosse corporate e anche delle PMI. Il che significa che ormai l’abbiamo sdoganato anche al grande pubblico.

Nel tuo libro scrivi che per capire se si sta andando nella giusta direzione bisogna farsi una sola domanda: “Stai creando valore?”. Bene, come essere un “Growth Hacker” nella vita di tutti i giorni? Quale approccio utilizzare nel proprio business?

Beh la domanda “stai creando valore?” dovrebbe essere un po’ la bussola di ogni business, di qualsiasi tipologia e dimensione esso sia. Creare valore significa mettere l’utente al centro della propria strategia, ma farlo sul serio, non nella pagina “chi siamo” del proprio sito web.
Intendo dire coinvolgerlo dalla fase di validazione dell’idea fino a quella di sviluppo del prodotto. Sembra una banalità, ma sono pochissime le aziende che hanno capito l’importanza di questa cosa. È fin troppo facile rimanere nelle 4 mure del proprio ufficio, nella propria zona di comfort del business a darsi pacche sulle spalle e a convincersi che va tutto bene.

Tutte le aziende hanno bisogno di un Growth Hacker. Quali sono i tools irrinunciabili per questa nuova figura?

Non mi piace mai mettere la questione sul piano dei tool, perché inevitabilmente si da priorità all’operatività rispetto alla strategia ed è un errore enorme e tipico della nostra era. Il growth hacking è innanzitutto strategia, pianificazione, visione, processi, e così via.
Se proprio vuoi qualche dritta sicuramente direi che ci sono alcune categorie di tool che sono importanti per ogni azienda. Se pensiamo all’analisi dei dati si apre tutto il tema dei dati quantitativi, e quindi la scelta dei migliori tool di analytics per il proprio business, e dei dati qualitativi, dove spaziamo da strumenti per fare survey e interviste fino ai tool più avanzati per fare usability test, analisi dei comportamenti, ecc.
Un’altra categoria di tool che possono fare una grossa differenza sono tutti quelli legati all’automazione di flussi, avere il giusto strumento di mail marketing, di funnel marketing e così via può fare una grossa differenza. O ancora, tutti gli strumenti per fare analisi dei competitor in maniera accurata, attività centrale nel processo di growth hacking e di utilità estrema per risparmiare tempo e denaro.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti, dipende un po’ dal tipo di business e dalle esigenze dell’azienda. Proprio per questo ogni settimana segnalo un tool diverso sulla mia pagina Facebook...

Nel tuo libro si parla di “multipotenziale” accostato a figure come Steve Jobs o Richard Branson: esistono menti simili ancora sconosciute “alle cronache” o lontane dai riflettori?

La figura del multipotenziale è molto affascinante, ma non è un concetto per nulla nuovo. Tornando indietro nel tempo, si può dire che già il concetto di uomo universale rinascimentale (a la Leonardo Da Vinci, per capirci) è il primo esempio di multipotenziale.
Forse la nostra epoca ha reso il concetto un po’ più noto alle masse, grazie ai social media e al famoso TED talk di Emlie Wapknik. Anzi, a tal proposito consiglio la lettura del suo libro “Diventa chi sei” dove illustra molti metodi e approcci per trasformare questa multidisciplinarietà in un punto di forza e non in una debolezza. Inoltre, all’interno del libro Emilie fa diversi esempi di multipotenziali “non famosi” che hanno ottenuto risultati incredibili nelle proprie vite e aziende.

Quale sarà il tuo prossimo passo? Cosa bolle in pentola?

Beh, da bravo multipotenziale mi annoio velocemente e ho bisogno di nuovi stimoli e di cambiare spesso.
Ti dico che ho diverse idee e progetti in ballo, qualcuno un po’ più piccolo e qualcuno un po’ più grande. In linea di massima mi piacerebbe fare qualcosa di più nell’ambito della formazione, che è una delle mie grandi passioni. Il 2018 sarà un bel banco di prova e poi deciderò la direzione da prendere.

Post by angela sorbo

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