Non inciampate sui numeri. Non sono (solo) quelli a fare un influencer

Se leggendo il titolo state pensando a Chiara Ferragni siete nel posto giusto, ma solo per metà. Nell’immaginario comune gli influencer sono persone che non lavorano, diciamolo. Di solito pensiamo a loro come persone molto giovani, probabilmente abbienti, che possono guadagnare tanti soldi (o per lo meno ricevere diversi prodotti gratuitamente) solo per fare marchetta in un post e acchiappare moltissimi like. Ma ci sono dei distinguo da fare, perché non tutto ciò che è influencer marketing luccica. Anzi.

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Un testimonial 2.0?

Il mondo social non ha trasformato i testimonial in influencer, come potrebbe essere portato a pensare qualcuno. L’attore che compare nello spot tv o sul manifesto di un particolare brand è un testimonial. Tutti sappiamo che quel volto è stato pagato per prestare alla pubblicità il suo volto. Al contrario, gli influencer non compaiono in spot messaggi promozionali, ma grazie alla loro intensa attività sui social non si limitano alla promozione di un prodotto, ma sono in grado di influenzare con la loro opinione le preferenze di acquisto (e le opinioni) di molti.

Anzi il loro atteggiamento viene percepito quasi come un consiglio spassionato: che sia un intenditore di moda, di healty food, o tecnologia poco importa: testa un prodotto e ne parla ai suoi fan. Ed è questo che ispira fiducia nei loro confronti, molto più di un testimonial. Anche perché si gioca tutto sui social, dove vengono condivisi anche momenti di vita quotidiana, che aiutano a costruire un rapporto reale (e ripetiamolo, di fiducia) con la propria fanbase.

Il punto di forza risiede nel carattere homemade dei contenuti postati, che ispirano un senso di genuinità. Testimonial e cartelloni pubblicitari vengono sorpassati da autenticità e storytelling personali e sui social.

Il paradosso dell’influencer

E quindi in teoria al centro dell’influencer marketing c’è la creazione di relazioni, che lo rende un insieme di tecniche e strategie per aumentare la portata della voce del brand grazie all’affidamento dei propri messaggi a figure selezionate. Occhio però, perché il paradosso è dietro l’angolo: è essenziale essere percepiti come persone normali. Ma come può una persona considerata autentica e spontanea trattare con diversi brand e mantenere intatta la relazione con i propri fan? I migliori influencer hanno capito che la fiducia del proprio seguito è fondamentale per il loro posizionamento ed è per questo che curano i propri contenuti nel minimo dettaglio e li inseriscono in uno storytelling intimo e personale.

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I rischi: Buzzoole e gli influencer wannabe

Non stiamo mettendo in dubbio che esistano davvero gli influencer, ma pensiamo che siano pochi e abbiano un costo non proprio alla portata di tutti. E allora che si fa? Ci si improvvisa influencer, con buona pace di agenzie specializzate. Pensiamo a Buzzoole, una piattaforma “made in Italy” che di fatto crea influencer wannabe, per non dire improvvisati. Analizzando la presenza sui social e sulla rete (analizzando varie metriche su Facebook, Twitter, Instagram e blog) di chi decide di iscriversi, Buzzoole propone compagne di brand in cui compaiono richieste tra cui la pubblicazione di post su Facebook, Instagram e tweet.

Lo scopo è quello di coinvolgere i propri contatti, o promuovere una pagina, o altro ancora. In cambio gli improvvisati influencer ricevono dei crediti che possono essere convertiti in buoni Amazon. Se pensate che sia un fenomeno isolato e di poco conto sbagliate, perché ci sono agenzie e brand che si affidano a questa piattaforma.

Eppure facendo un paio di calcoli, anche alla luce di numerose esperienze riportate online, è presto detto che questi influencer vengono sottopagati; Buzzoole offre buona risonanza e visibilità a fronte di un investimento minimo del brand che già dovrebbe destar sospetti. Che questa piattaforma sia una specie di Eldorado dell’influencer marketing, che punta su un investimento minimo per aumentare la resa? Non proprio, può essere paragonato ad una sorta di “volantinaggio digitale” dove trovare chi vorrebbe fare l’influencer, non professionisti della comunicazione.

E se i follower sono stati comprati?

Un altro elemento che fa un influencer sono i numeri, eppure non dovrebbero bastare quelli. Vi basta cercare su Google “comprare follower” per accorgervi della dimensione della faccenda: centinaia di siti che offrono queste alternative per diversi social, anche a pacchetti. È una delle scelte più rischiose, per brand e utenti, e può mandare all’aria anni di duro lavoro: non è questa la strada per costruire una fanbase leale. Prima di tutto perché comprare follower o usare bot per accrescere il pubblico porta a diversi problemi, il più grande riguarda la qualità: migliaia di account fuori target che seguono la pagina vuol dire meno interazioni, meno reach organica dei singoli post. Per non parlare della percezione dei numeri: un account con 30k follower che si ritrova solo una manciata di like per post fa sospettare che quei numeri non corrispondano alla realtà, ed è una percezione assolutamente dannosa.

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Rimettere i contenuti al centro

 

Insomma, non è il numero di seguaci che fa un influencer, anzi forse sarebbe il caso che imparassimo a contestualizzarli questi numeri, invece di sparare cifre sensazionalistiche che poi non portano a niente. Sì perché, comunque la vogliate mettere, è la relazione che si instaura tra persone a creare un rapporto di fiducia. Non sono i numeri, né tantomeno gli hashtag: ad influenzare realmente le nostre vite e la nostra visione del mondo (che passa anche attraverso i brand) sono le persone con le loro personalissime storie, che restano e vengono raccontate. Al contrario di chi fa solo molto rumore per entrare in trend topic ed essere dimenticato il giorno dopo.

Post by angela sorbo

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