La vera rivoluzione dei Maker passa dalle aziende.

Chi si ricorda Emiglio? È stato il sogno di ogni bambino cresciuto negli anni ’80 e ’90, nell’assoluta convinzione che solo lui fosse “il meglio”. Aveva una grande testa bianca, occhi rossi e un bel sorriso disponibile: su richiesta, infatti, ti portava bibite e patatine sul vassoio. Sembrava arrivato da un altro mondo, ma chissà cosa ne penserebbero oggi, di questo tuttofare radiocomandato e alimentato a pile, i giovanissimi visitatori della Maker Faire 2016 di Roma.

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Nel pubblico della terza edizione dell’evento, infatti, i bambini erano davvero molti.

Si sono divertiti a farsi fotografare di fianco ai robot di nuova generazione e i loro occhi curiosi facevano la spola tra le invenzioni presentate nei sei padiglioni della Fiera di Roma: dalle tecnologie di sicurezza alle applicazioni per la salute, dalle idee per l’utilizzo di energie alternative allo sviluppo della robotica. Dal 14 al 16 ottobre, l’importante appuntamento dedicato all’innovazione ha registrato più di 110mila presenze. Un numero che cresce di anno in anno, alimentato dalle molte famiglie che scelgono di trascorrere il weekend nel clima entusiasta e propositivo dell’esposizione.

Quest’anno, però, ho avvertito anche altro. Non più solo effervescenza creativa, ma anche la forte sensazione che i tempi siano cambiati. La tecnologia, non più terreno di pochi e sconosciuti “inventori da garage”, è un fenomeno che affascina e travolge, incuriosisce e fa sognare generazioni intere.

 

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È la rivoluzione dei maker che, unendo spirito artigiano a capacità da hacker, hanno ridefinito il concetto del fai-da-te: più tecnologico, ecosostenibile, comprensibile al grande pubblico e altamente innovativo.

La capacità di manipolare gli oggetti e reinventarne l’utilizzo è ciò che contraddistingue il movimento maker e ne fa un interessante caso di studio. Si pensi ai testi di Riccardo Luna “Cambiamo tutto” e Stefano Micelli “Futuro Artigiano”, in cui i maker figurano come eroi, artigiani 2.0 geniali e rivoluzionari.

 

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E su questo non c’è dubbio: molte delle invenzioni che ho potuto ammirare alla Maker Faire sono davvero fantastiche. Per esempio il sistema Watly per la depurazione dell’acqua sporca e la produzione di energia, o i progetti di robotica, soprattutto quelli che trovano applicazioni di tipo educativo e sociale. E ancora, il design applicato alla stampa 3D, tra cui i sistemi di prototipazione, le scansioni dal vero, le applicazioni per la salute; i progetti di bare conductive che permettono di disegnare – nel vero senso della parola – circuiti elettrici funzionanti (foto sotto); gli studi sulle tecnologie wearable; i progetti presentati dalle scuole, sviluppati a partire da problemi reali, come il progetto “Non casco più” dell’IIS Rubens Vaglio di Biella e i plastici parlanti del Liceo Scientifico Marie Curie di Giulianova, utili a chi desidera visitare musei e attrazioni culturali ma soffre di cecità.

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Infine, le idee per lo sviluppo della realtà virtuale e immersiva che, secondo il mio parere, hanno giustamente goduto di ampio spazio. Una tecnologia che, dopo dieci anni di attesa, diventa ora mainstream, con nuove applicazioni dal gaming alla chirurgia.

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Per come la vedo io, infatti, la rivoluzione dei maker potrà acquistare concretezza unicamente quando il fenomeno sarà riconosciuto a livello aziendale. Non più solo una forma – nuova, d’accordo – di artigianato 3D, ma un tassello fondamentale del flusso produttivo.

Così come è stato per il visore per realtà virtuale “Oculus Rift”: tipica invenzione da scantinato che, finanziata su Kickstarter e poi acquistata da Facebook, è diventata un prodotto main stream.

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Personalmente, credo esista un solo modo per far raggiungere risultati importanti al fenomeno maker: l’open innovation. Per aziende e inventori è arrivato il momento di conoscersi, dialogare, unire le forze.

L’impegno deve arrivare da ambo le parti: da un lato le industrie che dispongono di capitali, forza produttiva e una profonda conoscenza del mercato; dall’altro gli inventori e la loro forza creativa.

È necessario un lavoro di squadra, che consenta di ottenere risultati reali. Quante volte ho sentito dire che “ormai si stampa tutto 3D, da casa, comodamente” e che le fabbriche sarebbero quasi da chiudere, perchè oramai inutili e desuete. Ma la verità non è questa: oggi più che mai serve collaborazione. Il mondo dell’industria deve aprirsi all’innovazione, perché con l’esperienza acquisita in anni di lavoro può facilmente aiutare i maker a individuare la giusta applicazione per una nuova tecnologia, mentre gli inventori devono continuare ad alimentare la propria capacità visionaria, per contribuire allo sviluppo della società e innovare sempre di più. Si usa dire che “l’unione fa la forza”. Ecco: secondo me, il sano spirito di collaborazione è proprio ciò che serve ora.

Se volete saperne di più su come la vostra azienda o la vostra startup potrebbe beneficiare di questo approccio collaborativo fatemi un fischio. Michele Franzese | sonofranzese@gmail.com

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