Italiani popolo di santi, startupper e innovatori.

Siamo in ritardo: il treno che corre sui binari del progresso tecnologico è partito e la frontiera di Industria 4.0 si avvicina sempre più. Ma l’Italia non è a bordo, non ancora perlomeno. Questo è ciò che raccontano i risultati dell’analisi conoscitiva condotta dalla commissione Attività Produttive della Camera (presieduta da Guglielmo Epifani) pubblicati da Il Sole 24 Ore. Secondo i dati raccolti, per il nostro Paese si apre una fase cruciale: al sedicesimo posto nel ranking dell’innovazione, la fiducia dell’Italia nei confronti delle novità appare “moderata”. Un risultato che non consente di brillare tra le cugine europee.

A questo punto, viene spontaneo chiedersi cosa si intenda per innovazione e cosa manchi all’Italia per definirsi un vero Paese innovatore, uno – insomma – il cui nome possa essere associato al concetto di Industria 4.0.

Leggo sulle pagine del quotidiano che per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia non è solo questione di ricerca e sviluppo: a completare il quadro, concorrono la capacità organizzativa, la disponibilità tecnologica, l’abilità nell’eccellere in ogni funzione aziendale. Il suo parere è che le imprese abbiano bisogno di crescere e che – per farlo – debbano imparare a fare rete.

Purtroppo, secondo la mia esperienza, è più facile a dirsi che a farsi. Le imprese, anche quelle piccole, dovrebbero – prima di tutto – crederci. Credere nell’innovazione, credere nei benefici che possono derivarne, credere che una strada nuova possa portare alla soluzione migliore, più velocemente.

Il rischio che intravedo? Il mio timore è che alcune aziende italiane, per quanto forti, non intuiscano il valore degli investimenti in termini di innovazione, rinunciando a soluzioni che potrebbero sensibilmente accrescere la loro capacità competitiva.

Come spiegarmi meglio? Poniamo il caso che un’azienda edile sfrutti le tecnologie 3D, questo processo di democratizzazione della produzione evidenzierebbe almeno due conseguenze positive: riduzione dei margini e aumento dei competitors, senza contare i miglioramenti nelle attività produttive.

Un bel risultato, no?

Tuttavia, il panorama italiano è complesso e, come tale, necessita di ulteriori riflessioni.

Quello descritto è un problema di tipo culturale, ma non solo: per ottenere risultati, servono capitali e risorse adeguate.

Resta quindi da capire come rispondere alle difficoltà delle piccole imprese ad accedere alle ricorse finanziarie utili a innovare, oltre al (ben noto) problema di assumere persone capaci di ricoprire il ruolo di player dell’innovazione dall’interno, evitando consulenze esterne costose e potenzialmente dannose.

Inoltre, mi chiedo quale sarà il ruolo delle startUp in questo processo. Saranno considerate partner oppure nemici delle PMI? Qual è lo scenario più probabile per loro?

Potrebbero forse entrare nel mercato forti di grandi investimenti esterni e poco personale, distruggendo o capitalizzando. Diversamente, potrebbero definire un’innovazione tale da mettere in difficoltà gli altri player che, tendenzialmente, dispongono di dipendenti e mezzi.

Una cosa è certa: quelle relative alla natura delle startUp sono domande imprescindibili oggi, così come lo è cercare di capire se il loro ruolo sia di antagoniste o supporter alle piccole e medie imprese italiane, da sempre motore della nostra economia.