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Donald Trump viene bannato dai social network e scoppia il caso.

In rosso e in prima riga sull’agenda mediatica internazionale si discute con sdegno e vigore di attacco alle libertà. Il dibattito, aperto a seguito della sospensione degli account di Donald Trump, ha visto apocalittici e integrati interrogarsi su abusi commessi da users o da gestori di piattaforme social e sulla inevitabile necessità di raggiungere una regolamentazione indispensabile a non generare confusione e scandalo. 

Più in generale a essere chiamato in causa è il rapporto tra “big tech” e politica. Ma nel nostro caso vorremmo soffermarci sul rapporto tra i “colossi social” e il mondo della comunicazione e della pubblicità

Siamo davvero liberi? E quanto? In che misura il caso Trump pesa sull’intero mondo della comunicazione e della pubblicità? 

Sembra che il populismo di destra si presenti, ora più che mai, come nemico mortale non solo economico ma anche etico del tradizionale concetto di democrazia di cui ci siamo nutriti negli ultimi due secoli. 

Dove si posizioni il mondo della pubblicità, della comunicazione e del giornalismo in questo immenso parapiglia, è un dilemma difficile da sciogliere arrivati a questo punto.  

Nella giornata del 12 gennaio, per appena mezza mattinata l’account Twitter del giornale “Libero” è andato in crash per problemi tecnici probabilmente. L’onda anomala dell’indignazione si è subito sollevata al grido di “libertà violata e dittatura”. 

Quasi come se fossimo tutti in tensione e pronti a gridare al regime laddove non esiste un reale motivo. 

Il dato preoccupante è che forse stiamo sovrapponendo il mondo reale a quello virtuale. Un social media non è la realtà, non è una Repubblica con una Costituzione a garantire la libertà di espressione. 

Un social è una community formata da persone diversissime tra loro che interagiscono e che, forse, in alcuni casi dimenticano o distorcono l’idea di confine. E non solo quello tra online e offline

Alla luce di quanto sta accadendo ci chiediamo: un social è davvero solo una sorta di spassoso luogo immateriale dove condividere la quotidianità? Oppure sta diventando un organismo molto più grande e complesso e quindi, in futuro, difficilmente gestibile senza un complesso e condiviso set di regole etiche? 

I social sono ancora il luogo delle libertà? Lo sono nella misura in cui ne diventano garanti. La rivoluzione attesa nel futuro prossimo dei social media è oggi quello di costruire un luogo di norme condivise tra pari indispensabile a garantire la libertà d’espressione. 

Ma perché questo è così importante nell’ambiente online? Perché produrrà un cambiamento di portata straordinaria nella vita reale. 

È fondamentale riflettere, come fa Valigia Blu in questo contributo, non tanto sulla paura folle di subire la censura per la pubblicazione di un contenuto. Dovremmo forse riflettere su quanto la censura o ancora più spesso e con più frequenza lo shutdown sistematico siano divenuti oggi espediente fittizio per limitare solo apparentemente l’uso dei social soprattutto in molti paesi del Sud Est asiatico. Cosa limitano in realtà? La possibilità che i social diventino strumenti per esercitare libertà nelle realtà offline di intere popolazioni.

E se, ricordando Edward Said, uscissimo fuori dalla logica dell’occidente che grida allo scandalo se Facebook censura Trump ma non si chiede cosa voglia dire oggi vivere uno shutdown esistenziale?

Quanto siamo liberi, pur essendo liberi, se il nostro discorso sulle libertà si ferma a volerci garantire uno spazietto social mentre altrove i social media sono utilizzati malgrado tutte le difficoltà, come mezzo per riconquistare libertà reali? 

L’utilizzo dei social media ci obbliga a regole che accettiamo di seguire aderendo a una community. L’adesione è presa visione e accettazione di norme. Poiché il social è una community la libertà è il vero e più potente segno di riconoscimento e di protezione di ogni utente all’interno di un luogo condiviso e costruito insieme. 

A questo proposito vorrei segnalare un articolo di Raffaele Danna che propone un’interessate analisi della situazione prendendo spunto da un famoso discorso sulla comunicazione social, tenuto da Mark Zuckerberg 

Alessandra Santoro