Ogni anno la Pubblica Amministrazione mette a terra progetti che cambiano davvero la vita delle persone: nuovi servizi, fondi europei e PNRR che diventano scuole, strade, transizione digitale, sostegno alle imprese. È un lavoro enorme e complesso, fatto da persone competenti che si muovono dentro vincoli che, nel privato, nessuno immagina nemmeno. Eppure, se chiedete a un cittadino qualunque cosa abbia fatto la sua amministrazione nell’ultimo anno, nella maggior parte dei casi vi risponderà: “Non lo so”.
Non è un problema di lavoro fatto male. È un problema di lavoro raccontato poco o non raccontato affatto. Nella scala delle priorità di un progetto pubblico, la comunicazione arriva quasi sempre per ultima: un comunicato a cose fatte, un PDF di disseminazione “perché lo prevede il bando”, una pagina sul sito che non visita nessuno. Trattata, insomma, come un adempimento, invece che come parte del progetto.
E qui sta il punto che vale la pena guardare in faccia: comunicare male un progetto pubblico ha un costo, anche se non compare in nessun quadro economico.
Quali sono i costi di una PA con una comunicazione assente o marginale?
Il primo è un costo di fiducia. Quando i cittadini non sanno cosa è stato fatto, non concludono “non l’ho saputo”, piuttosto “non è stato fatto”. E ogni progetto invisibile alimenta la narrazione, comoda per molti, secondo cui la PA non produce nulla.
Il secondo è un costo di impatto. Un risultato che non viene riconosciuto è un risultato che pesa di meno: nelle valutazioni, nei rinnovi di finanziamento, nella reputazione dell’ente, nella possibilità stessa di fare il progetto successivo.
Il terzo è un costo di relazione. Gli stakeholder che non vengono coinvolti e tenuti aggiornati, semplicemente, si disinteressano. E un territorio che non partecipa è un territorio molto più difficile da attivare la volta dopo.
Attenzione, però, a individuare colpevoli con pressapochismo. È uno sport nazionale che a noi interessa poco. Chi si occupa di comunicazione nella PA spesso lo fa con risorse minime, tempi impossibili e una cultura interna che considera il ‘comunicare’ un lusso, non una funzione. Il problema è proprio una sorta di schema, di abitudine che si tramanda. “Si è sempre fatto così”: il comunicato si scrive perché va scritto, l’evento si organizza perché va organizzato.
La buona notizia è che le abitudini, a differenza dei vincoli, si possono cambiare.
Nel confronto quotidiano con le amministrazioni, queste abitudini prendono forme ricorrenti. Forse ne riconoscete qualcuna.
- Il progetto forte raccontato a voce bassa: idee importanti affidate a un comunicato che legge solo chi l’ha scritto.
- La comunicazione fatta di soli dati e attività, in cui non compaiono mai le persone — proprio quelle che rendono un progetto memorabile.
- L’evento istituzionale che il lunedì dopo scompare dalla narrazione e dagli archivi: nessun contenuto da riusare, nessuna relazione da riattivare.
- Il tavolo degli stakeholder a cui ci si siede un po’ troppo soli, perché invitare non è la stessa cosa di coinvolgere.
- L’innovazione che resta nel cassetto: bandi, startup e idee che non si incontrano mai davvero.
- Le tante iniziative scollegate tra loro: ognuna ottima, nessuna che lasci un segno duraturo.
Il filo che le unisce è uno solo: la comunicazione viene dopo. Eppure un progetto pubblico non finisce quando è realizzato, ma quando le persone lo sanno, lo capiscono e lo riconoscono come proprio.
Raccontare bene ciò che si fa non è marketing e non è autocelebrazione: è un atto di rispetto verso i cittadini, che hanno il diritto di sapere, e verso il lavoro fatto, che merita di arrivare. Comunicare è la parte che lo rende reale agli occhi di chi dovrebbe beneficiarne.
SCAI ha ideato un breve test di autodiagnosi rivolto a chi lavora nella PA, per riconoscere in pochi minuti l’approccio comunicativo della propria amministrazione e individuare il punto da cui partire per migliorarlo.
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