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Chi è e cosa fa il fractional manager? Nel digitale quanto è conosciuta e ricercata dalle aziende questa figura?

Letteralmente il fractional manager, si ispira a un modello nato negli USA e che ultimamente si sta sviluppando anche in Italia.

Il Fractional Management è una particolare declinazione del temporary management che consente a professionisti di qualità e di esperienza di entrare in aziende piccole, in crescita o prive di un management strutturato.

Il vantaggio di questa scelta per l’azienda è quello di poter far ricorso al tempo di un manager in maniera sartoriale ed efficiente, ottimizzando di conseguenza i costi  ma soprattutto l’efficacia nel breve periodo.

Non sono ancora in tante le aziende piccole che si confrontano con questa scelta, le ragioni sono di varia natura: poca consapevolezza su questa possibilità, paura che porta all’immobilismo, evoluzioni familiari, ma soprattutto una visione limitata che porta a valutare questa scelta essenzialmente come un costo.

Ciò fa riflettere su quanto c’è ancora da lavorare in termini di cultura aziendale, per sviluppare un nuovo mindset, capace di focalizzarsi sulla capacità di visione d’insieme.

Può il Fractional manager guidare le aziende verso la trasformazione digitale oppure questo processo, per avere successo, deve essere portato avanti da un manager interno all’azienda?

L’esperienza personale mi porta a dire che si può fare!

Parte essenziale del processo di trasformazione è creare il contesto giusto per superare una delle principali barriere: abbiamo sempre fatto così.

Altro aspetto di cui mi sto rendendo conto è che si parla di trasformazione digitale, ma sostanzialmente i processi che si innescano per generare un cambiamento vero e migliorativo, toccano tutta l’azienda, partendo dalle persone e dai processi, prima ancora che dalla tecnologia.

Altro spunto che sto deducendo dall’esperienza è che un manager esterno, parte con un minus che è anche il più grande plus: è tabula rasa, non influenzata da malumori e da processi automatici, quindi sì deve lavorare tanto per entrare in azienda, ma ha il grande vantaggio di vedere possibilità e collegamenti per altri inesistenti.

Ciò perché la visione di un manager esterno non è sclerotizzata dal quotidiano, e dall’immersione nell’operatività a testa bassa.

Un approccio bottom up, sarà poi la carta di reale valore, per portare il cambiamento ascoltando le persone dell’azienda, spesso in loro c’è la risposta all’innovazione ed ai miglioramenti che si portano nell’azienda.

Ciò che faccio è semplicemente applicare la maieutica, aiutando a partorire soluzioni che l’azienda ha già in seno.

 

Quanto la pandemia ha accelerato i processi di trasformazione e adozione di modelli di business innovativi e full digital?

Io traduco il tutto con bere o affogare.
Diverse aziende hanno dovuto trovare la forza di ripensare se stesse, non vi era scelta.

Ciò dal mio punto di vista ha creato soluzioni di backup, vedi lo smart working e la dad, portando a ridurre le frizioni sociali ed economiche che impedivano l’applicazione di nuovi modelli.

In taluni casi, ha rappresentato la svolta.
È il caso di Kedea, azienda che seguo che opera nel settore Educational, dopo un pivot a cavallo fra il 2019 ed il 2020, ha chiuso con un progetto sul registro elettronico, per trasferire il proprio know how su una soluzione che favorisce la semplificazione di processi con l’allora G Suite for Education ora divenuta Google WorkSpace for Education.

In meno di un anno avuto una capacità di penetrazione nelle scuole devastante, grazie al lavoro di posizionamento precedente nelle scuole, grazie alla percezione che la scuola ha di Kedea, ma grazie soprattutto alla capacità di leggere la scuola e le sue necessità mutandole in soluzioni.

Ed oggi GeniuSuite punta ad essere un hub di soluzioni per l’Edu.

Indi sì, la pandemia ha favorito quelle aziende che, col giusto supporto, hanno saputo vedere oltre investendo sulle persone.

 

Nella tua esperienza nel settore del web marketing le nostre PMI italiane, che rappresentano la gran parte delle aziende del Paese, sono consapevoli a sufficienza dell’importanza di un buon posizionamento in rete?

È paradossale, ma la risposta è no, o almeno non sempre.
Ma spesso non si ha percezione anche di dati o di kpi, molto semplici ma importanti.
Un esempio su tutti, alla domanda quale è il tuo costo di acquisizione di un nuovo cliente, indipendentemente se digitale o analogico, spesso genera una risposta che proprio non ti aspetti: non lo so.

Far percepire quanto può influenzare le dinamiche di business di un’azienda il posizionamento in rete è funzione diretta del prodotto/servizio che si offre e di come si gestiscono tutte le componenti.

Ciò che faccio è provare a partire dal non demonizzare le recensioni ed il percepito on-line, così che si possa creare un punto di partenza per scomporre il problema in piccoli problemi risolvibili, ciò alfine di migliorare la qualità percepita finale lavorando su micro segmenti.

Non è facile, ma è un processo che necessita di pazienza e di lavoro costante.

Altra arma che gioca a favore del temporary manager è il coinvolgimento delle persone, se i dipendenti sono i primi a manifestare il cambiamento, raccontandolo, condividendolo come parte attiva, il risultato è l’employer branding: ogni singolo così diventa parte di un tutto che sposa l’idea di remare più forte e veloce verso una meta più impegnativa.

 

Quali sono i principali errori a cui può andare incontro un’azienda che utilizza il digitale per far conoscere il suo brand e promuovere i proprio servizi e prodotti?

Te li elenco i 3 peccati capitali.

L’impazienza: l’idea errata secondo cui qualunque attività digitale debba portare risultati immediati.

L’inconsapevolezza: si tende ad anteporre gli obiettivi di vendita a quelli di awareness, sottovalutando un aspetto sempre più importante, quello di coltivare la riconoscibilità del brand.

Basta essere sul web per vendere: spesso incontro in fase conoscitiva aziende che danno per scontato che porsi on-line sia come posizionarsi con la propria attività commerciale in via Condotti a Roma.

 

Ci racconti quali saranno i trend futuri del posizionamento digitale? 

Sono uno di quelli che ha difficoltà ad identificare il futuro, in quanto il presente in cui viviamo è così imprevedibile e mutevole che rischi di finire come noti maghi.

Ciò posto credo che sperimentare e lavorare all’experience (termine abusatissimo, lo so) non solo in termini di UX e UI, ma aver visione di ogni singolo step che compie l’utente accompagnandolo con microtesti, con suggerimenti al momento giusto, o con facilitazioni che lo fanno sentire abile, sono elementi che nel presente e per l’immediato futuro possono fare la differenza.

La community (possibilmente verticale) è l’altro trend di cui sperimento quotidianamente il valore.
Facciamo tutti sforzi enormi per acquisire nuovi clienti, ma spesso mettiamo in secondo piano il churn rate, trascurando chi ci ha già scelti stiamo cestinando un valore incommensurabile. Saper coltivare, nutrire, far gioire con piccole attenzioni, significa crearsi un esercito, magari lento ma inesorabile, capace di sorprenderti per la capacità di reazione.

Più che un trend, l’ultima cosa che segnalo forse è più un approccio personale: siate agnostici.

Nessuna certezza inamovibile, ma piuttosto la capacità di provare e sperimentare senza dar nulla per scontato, diffidando da chi vuol vendervi a tutti i costi un trend come da cavalcare a tutti i costi (vedi Clubhouse).

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