Trasformare un’intuizione in un progetto capace di crescere nel tempo richiede una visione chiara e la volontà di metterla alla prova ogni giorno. Michele Franzese, founder e direttore creativo di SCAI Comunicazione e di Rome Future Week®, ha dato vita a qualcosa di grande e ambizioso che oggi è una piattaforma di eventi diffusi, una community sempre più ampia e un punto di riferimento per l’ecosistema dell’innovazione romana.
Nata per portare una nuova prospettiva sul futuro della città, Rome Future Week® ha introdotto a Roma anche il format degli eventi diffusi, portando in pochi giorni oltre 400 appuntamenti diversi dal centro alle periferie.
In questa intervista ripercorriamo con Michele la nascita del festival e il lavoro complesso che accompagna la crescita di un’idea, dalla visione iniziale alla sua evoluzione nel tempo.
Michele, presentati! Che ruolo ricopri per Rome Future Week®?

Sono il direttore creativo e il founder di Rome Future Week®. In pratica, quello che un giorno ha avuto l’idea e poi non ha più smesso di pensarci.
Mi piacerebbe dirvi che il mio è un ruolo soltanto filosofico, di pensiero. La verità è che la mattina mi sveglio molto presto, perché tra le tante cose c’è anche da decidere dove distribuire i gadget. E vi assicuro che non è una battuta.
L’immagine romantica del direttore creativo che guarda tutto dall’alto, con il binocolo, non mi è mai appartenuta. Ho la fortuna di avere un team fantastico che mi supporta su tutto, a partire dalla program manager. Ma ho imparato che, per capire davvero come va fatta una cosa, a volte devi metterci le mani.
Scendere nel dettaglio non è un limite della creatività: spesso è il modo in cui la creatività diventa reale.
Che sguardo deve avere un founder su un festival della portata di RFW®?
Direi quello di un equilibrista.
Quando pensi un progetto, lo immagini nella sua versione più visionaria. Poi arrivano le domande vere: quanto costa? Si può fare nei tempi che abbiamo? Funziona in questa città, con queste risorse? Il mio lavoro è stare in mezzo a queste due cose, senza tradire né l’una né l’altra.

Lo ammetto: tendo sempre a spingere un po’ più in là di quello che possiamo permetterci. Un po’ perché mi annoio a rifare le stesse cose, ma soprattutto perché mi piace alzare l’asticella.
Voglio che chi partecipa senta che ogni anno abbiamo provato a fare qualcosa di nuovo, di originale, di coinvolgente.
C’è poi una cosa in cui credo moltissimo: il feedback. Lo chiedo a tutti, continuamente. Al team, agli organizzatori, agli sponsor. Alcune delle idee migliori delle ultime edizioni sono nate proprio da lì, da qualcuno che ci ha detto cosa non aveva funzionato.


Quanto è complesso gestire un progetto di queste dimensioni?
Tanto. Prima di tutto perché sai che non avrai mai tutte le risorse che vorresti, e devi fare pace con questo.
Ma la parte più complessa, e anche la più bella, è quella umana. Lavoriamo con centinaia di persone diverse, e le persone non si possono mettere in un foglio Excel. Non le categorizzi, non le prevedi. Sono una sorpresa continua. È la croce e la delizia di questo lavoro.


Quando apri le porte di un progetto come questo, le porte si spalancano. Tutti vogliono prendersi un pezzetto del festival, ed è giusto così, è il segno che funziona. Ma è anche il momento in cui le cose rischiano di sfuggirti di mano.
Per questo cerchiamo di giocare d’anticipo. Ogni anno iniziamo a lavorare sulla nuova edizione prima ancora che parta quella in corso. Non per la smania di annunciare, ma perché chi vuole partecipare deve sapere per tempo cosa fare e quando farlo.
A Roma ci chiamano “i milanesi”, a volte “gli svizzeri”, perché la città è abituata a ritmi un po’ più rilassati. All’inizio non è stato facile. Ma ce l’abbiamo fatta, e oggi in tanti si sono abituati a lavorare così con noi.
Quanto entri nelle decisioni?
Più di quanto dovrei, e lo dico sinceramente.
A volte, per la voglia di capire e di sistemare i dettagli, entro in ambiti che non sono più miei. Da un lato questo mi dà più controllo. Dall’altro, il rischio è perdere di vista la cosa più importante che dovrei fare: guardare lontano, pensare a dove deve andare il progetto. È un equilibrio su cui lavoro ogni giorno, e su cui il team, per fortuna, mi aiuta molto.
Quali sono state le materie prime fondamentali per rendere il festival quello che è oggi?
La prima è l’ambizione. La voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di far crescere il progetto più di quanto fosse ragionevole, con le capacità e le possibilità che avevamo in quel momento. Se avessimo aspettato di avere tutto, non saremmo mai partiti.

La seconda è l’apertura. Alle novità, ai pareri degli altri, anche a quelli che all’inizio non ci piacevano.
La terza è la pazienza. Quando lavori con così tante persone, ognuna con le sue esigenze, i suoi tempi e il suo carattere, senza pazienza non vai da nessuna parte.
Cosa hai imparato che ti porterai nelle prossime sfide di SCAI?
Che un progetto così vasto e plurale ti insegna quasi tutto.
Ti insegna a lavorare nell’imprevedibile, in una città grande e complicata come Roma, ma anche nelle altre Week, in territori che conosci bene e in altri tutti da scoprire. Ti insegna a muoverti tra location piene di tecnologia e spazi dove hai a disposizione il minimo indispensabile.
E alla fine ti lascia una regola semplice, che vale ovunque: il contenuto viene prima di tutto. Il resto si adatta.
E adesso la domanda più leggera: cosa ti piace più di tutto di Rome Future Week®?
Vedere quanto le persone ci credono.


È la cosa che mi dà più forza, soprattutto nei momenti in cui la stanchezza si fa sentire. Scoprire che c’è così tanta gente che ha voglia di far parte di questo progetto, e che a volte ci crede persino più di noi, è la soddisfazione più grande. È lì che capisci che Rome Future Week® non è più solo nostra.


